Il vincitore del primo contest “Era una notte…”

Ecco a voi sinossi, incipit e cover (non definitiva) dell’incipit vincitore del primo contest del blog Mare di inchiostro “Era una notte…”

“Al di là del tempo” di Emanuel d’Alvalos

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(cover non definitiva)

Sinossi

Una giovane donna di nome Faridah si rifiuta di sposare il grande Nimrod il conquistatore che la condanna a morire arsa sul rogo. Per sfuggire al suo destino tragico, sul rogo mentre è avvolta dalle fiamme, la giovane invoca la Dea Ereshkigal, Signora dell’Irkallah, per avere salva la vita ma gli si presenta il Dio Neti, il custode dei cancelli dell’Irkallah che la salva chiedendo che in cambio ella diventi sua serva fino all’eternità. La ragazza acconsente per poi disubbidire dopo “appena” cinquemila anni.
Ridotta a una vita mortale, sul suo letto di morte incontra nuovamente il dio Neti che era venuto a riscuotere il pagamento di quel patto non mantenuto. La “giovane” Faridah riesce a estorcere al dio Neti una scommessa con la quale, a fronte di un patto con il quale lei si impegna a stupirlo cinque volte, baratta la sua nuova eterna vita. Il dio Neti nel frattempo dovrà vivere per un mese con lei nei panni di un comune essere umano subendo così il fascino della sua nuova condizione e non solo…

Incipit

Un’altra interminabile giornata stava per iniziare ed io cominciavo a contare i minuti che ancora mi tenevano lontana da una fine che attendevo da troppo tempo. Ero ferma in quel letto, da un’eternità, ad aspettare che finalmente arrivasse lui tenendo fede alla promessa fattami, in un tempo ormai troppo lontano, sulla piana dell’Eufrate.
Certo l’idea di dover abbandonare questa terra è una cosa che non piace a nessuno e qualcuno, utilizzando qualche trucco, è riuscito a posporre quella data ma prima o poi tocca a tutti.
In tutta sincerità non mi dispiacerebbe riuscire a rimandare ancora un po’ il passaggio a miglior vita; ma se devo continuare a sopravvivere così preferisco andare a occupare il posto che mi spetta negli inferi, dove avrei dovuto già essere da tempo.
Essere negli inferi o forse dovrei dire non esserci ma per essere compresa dovrei raccontare tutto dall’inizio.
Beh forse nell’attesa che si faccia vivo e tenga fede alla sua promessa, posso ancora ascoltare qualche mio pensiero e raccontare ancora una volta le evoluzioni della mia esistenza per distrarmi da questa mia non vita.
Il mio nome è Faridah, almeno lo era tempo fa, prima che lo cambiassi innumerevoli volte fino ad oggi dove tutti mi conoscono con il nome di Adua.
A dire il vero di nomi ne ho cambiati tanti e tante sono state le vite che ho vissuto; tanti uomini ed altrettante donne mi hanno accompagnato nel mio peregrinare nel mondo.
Parlo, fluentemente, più di venticinque lingue, senza considerare tutte quelle definite morte e i dialetti dell’Asia minore che sono svaniti nel nulla e dei quali restano soltanto vaghi ricordi incisi in scrittura cuneiforme nelle tavolette di argilla ritrovate dagli archeologi in Mesopotamia.
Avrete compreso che ho giusto qualche anno in più all’intera umanità e credo di essere rimasta unica nel mio genere.
Sono nata, alcuni millenni prima della nascita del figlio di Dio, nella Mesopotamia meridionale quando quella terra non aveva ancora alcun nome e le tribù che ci vivevano portavano il nome dei loro capi o di coloro che avevano dato vita a quel raggruppamento. I villaggi e le città erano poche e distanti fra loro ed io mi trovavo in un territorio che si sarebbe trasformato nella più importante città sumera; Uruk.
Nacqui in una famiglia contadina che viveva del lavoro dei campi, crescendo in una terra ostile e piena di insidie. Così senza accorgermene, raggiunsi l’età per essere presa in moglie e un giorno mentre ero intenta ad aiutare i miei genitori fui notata da colui che avrebbe segnato la mia vita per sempre.
Nimrod, il conquistatore, il fondatore della città di Uruk aveva posato il suo sguardo su di me decidendo che sarei diventata la sua sposa. Provò in mille modi ad attirare la mia attenzione e a farmi capire che gli interessavo. Riempì di regali e di prede cacciate la casa di mio padre, fino a chiedergli ufficialmente la mia mano promettendogli onori e ricchezze.
Quando mio padre mi disse che sarei diventata la sposa di Nimrod, avrei voluto scomparire e, siccome non mi diede troppe possibilità di scelta, decisi che sarei fuggita via lontano pur di scampare a un destino così amaro visto che come uomo, il mio promesso sposo, proprio non mi attraeva. E così feci, non appena le prime ombre della sera calarono, fuggii via verso un vicino villaggio dove nessuno mi conosceva.
Alla notizia che mi ero allontanata dalla città, per sfuggirgli, Nimrod andò su tutte le furie e decise di lavare nel sangue il disonore che l’aveva trasformato nell’oggetto di scherno dell’intera città a causa del mio rifiuto a sposarlo.
Così, il gran cacciatore e condottiero, partì insieme a altri suoi sgherri per cercarmi e riportarmi nella mia città natale, dove mi avrebbe inflitto la pubblica pena per averlo disonorato.
Non ci impiegò molto tempo a trovarmi e, dopo qualche settimana di ricerca, ero nuovamente a Uruk prigioniera delle segrete del palazzo di Nimrod. Rinchiusa nella cella incontrai le mie paure e il mio martirio. Per la prima volta conobbi la cattiveria dell’uomo.
I miei carcerieri non avevano dovuto chiedere il permesso ad alcuno per poter abusare di me e ogni giorno che trascorreva qualcuno di loro insozzava la mia carne.
Ogni sogno d’amore era svanito, ogni mia dignità cancellata.
Avevo smesso anche di oppormi per non dover portare anche i segni della violenza che i miei aguzzini non mi risparmiavano ogni volta che tentavo di resistere alle loro luride richieste mantre si calavano le braghe: “Facci sentire come sei brava a usare quella boccuccia da piccola meretrice e forse ti diamo da mangiare…” Ecco come ero ridotta per aver rifiutato il mio promesso sposo. Scopata senza pietà e spogliata di ogni umana dignità; avrei preferito le carezze della morte a cedere la mia dignitosa esistenza a quel maiale di Nimrod.
Anche se a me sembrò un’eternità, abusata come fui da quei vermi infami dei servitori di Nimrod, non ebbi a dover aspettare molto tempo rinchiusa in quella sudicia e puzzolente cella prima di essere portata sulla pubblica piazza a scontare il mio supplizio che il gran conquistatore e signore di Uruk aveva riservato a me, povera meschinella, colpevole d’aver leso il suo smisurato ego…

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